Tutta la realtà è comunicazione, ogni cosa in natura è in rapporto con un’altra, ogni elemento è in relazione con altri, in modo tale da produrre scambi informativi a vario livello.

 

Il rapporto che gli elementi intrattengono fra essi, costituisce la forza propulsiva della natura, è attraverso essi che l’universo è in grado di modificarsi e continuare.

 

Se non ci fosse scambio informativo, la realtà apparirebbe statica, ogni cosa sarebbe immutabile e non ci sarebbe divenire. Tutto è comunicazione esclamava Watzlawick, uno dei massimi studiosi della comunicazione e grande psicoterapeuta recentemente scomparso.

 

Come possiamo dargli torto?

 

Dal più piccolo degli insetti, fino al più grande dei corpi celesti, non esistono elementi o strutture viventi che non stabiliscano una forma di rapporto con la realtà.

 

La realtà è dunque comunicazione in relazione.

 

Ora che vi scrivo sono in relazione con voi e comunico qualcosa sulla comunicazione (comunicare sulla comunicazione significa meta comunicare), qualcosa di cui discuterete che può cambiare le vostre idee in merito o farle rimanere immutate, ma che comunque produrrà un qualche effetto.

 

Si può avere comunicazione ogni qualvolta una proprietà, una risorsa è trasmessa da un soggetto all’altro. Si capisce come questa transizione si presenti ovunque.

 

Fu un teorico austriaco, Ludwig von Bertalanffy, nel secolo scorso, a dirci come questa transizione di contenuti informativi, modificasse in realtà non solo il destinatario del messaggio, ma anche l’intero ambiente o sistema di cui egli faceva parte. Si pensi come cambia l’interpretazione ad esempio della psicopatologia: se mi ammalo, è il sistema in cui vivo a creare un’alterazione patologica e allo stesso modo posso guarire interagendo diversamente nel sistema.

 

Tale principio chiamato retroazione, ci dice quanto un sistema possa modificarsi o rimanere costante con gli input comunicativi, ciò significa anche che per modificare un sistema, non è necessario cambiarlo interamente ma che è sufficiente modificarne solo una parte, per mutare poi tutto il resto. La comunicazione avviene dunque nei sistemi e fra sistemi e ogni relazione modifica tutto il contesto. La comunicazione modifica, trasforma, cambia ed è dunque fondamentale comprenderne i processi.

 

Da quanto detto, diventa molto interessante spostare il centro dell’attenzione all’osservazione dei sistemi umani ove avviene la comunicazione.

 

Condivido l’affermazione sulla comunicazione umana della scuola di Palo Alto in California, secondo cui è impossibile non comunicare. Anche non comunicare è una forma di comunicazione. Quest’affermazione è possibile scinderla in un’altra. Mi spiego. Se anche non comunicare, è una forma di comunicazione ne deriva che la comunicazione umana non è essenzialmente di tipo verbale.

 

Si definisce digitale, la comunicazione che avviene mediante le parole e analogica quel tipo di comunicazione che si avvale di strumenti diversi.

 

La situazione dove l’interazione comunicativa ha luogo, conferisce, invece, significato interpretativo alla comunicazione stessa. Basti pensare all’affermazione: “Ha sparato!”. Questa semplice esclamazione potrebbe farci intendere che sia successo qualcosa di grave, che qualcuno sia ferito o addirittura morto, ma se noi diciamo al destinatario della nostra comunicazione, che tale affermazione è riferita a bambini che giocano nel parco, cambia radicalmente il significato del messaggio.

 

Contesto, canale comunicativo usato e comunicazione verbale e non verbale, sono gli elementi fondamentali di ogni forma di comunicazione.

 

La distinzione fra analogico e digitale è di fondamentale importanza perché ci dice molto della qualità del messaggio e della sua autenticità o meno.

 

Possono crearsi delle incongruenze fra livelli di messaggio, al punto da frastornare il ricevente dello stesso, oppure fargli intendere che lo scambio informativo e di altra natura.

 

Dire: E’ malato! Sorridendo, e dire la stessa cosa con un tono e un viso sommesso, assume una connotazione completamente diversa.

 

La costante incongruenza fra verbale e non verbale è indice di disturbo comportamentale e di personalità.

 

Anche nell’ambito delle scienze del comportamento, è possibile interpretare i sintomi patologici e la relativa terapia come fatti comunicativi.

 

Un sintomo trasmette sempre un messaggio, un’informazione codificata di cui il soggetto non è consapevole; pensiamo al disturbo ossessivo compulsivo, una persona non può toccare nulla (rupofobia) perché ha paura di contaminarsi e passa il suo tempo a lavarsi costantemente. Qual è il significato? Che cosa comunica questo disturbo? Il messaggio è: Mi sento sporco! Devo pulirmi! Posso contaminare ed essere contaminato! Devo lavarmi! L’acqua purifica e lava lo sporco. Quale sporco? Mi sento sporco! Sono impuro! La malattia ci dice qual è il comportamento da indagare e i contenuti emotivi coinvolti. Nel caso dell’insonnia ad es.: Non riesco a rilassarmi! Oppure: Devo essere stanco per non affrontare questo o quel compito! Ecc.

 

Essendo il sintomo, una forma di comunicazione, possiamo modificarlo parafrasando il suo stesso contenuto informativo.

 

Esiste, infatti, una forma di comunicazione detta paradossale che manda in corto circuito alcuni contenuti comunicativi. Un paradosso, è appunto una cosa che può essere e non essere, appare in termini di contraddizione logica, tali da far dubitare della giusta interpretazione, ogni lettura di esso è valida e falsa allo stesso tempo. Classica affermazione paradossale è dire: “Io mento!” Se affermo di mentire, dico anche il vero ma nel dichiarare la verità mento. E’ una contraddizione in termini dalla quale non se ne esce se non abbandonando il campo.

 

I disturbi comportamentali, spesso, seguono questo copione, poiché, hanno aspetti contraddittori nei loro dinamismi.

 

Si pensi al fatto che il disturbo ha questa duplice natura: Spontaneo e costrittivo, si manifesta, infatti, spontaneamente, senza che il soggetto lo voglia, ma al tempo stesso è costretto a subirlo. Se io ne esaspero gli aspetti costrittivi, ne mando in black out la spontaneità.

 

In un ambiente terapeutico a volte esasperare i sintomi, significa renderne inutile la spontaneità, tant’è che il soggetto rinuncia ai suoi disturbi automaticamente.


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